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Volontà d'archivio

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Pierre Musitelli
Autore
Pierre Musitelli

1. Un convegno sulla “volontà d’archivio”
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I 26, 27 e 28 settembre 2022 si è tenuto a Padova il convegno internazionale Volontà d’archivio / Volontà d’autore, presso il Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari dell’Università. Il convegno è stato organizzato da Paola Italia (Università di Bologna) e Monica Zanardo (Università di Padova).

Gli archivi degli autori – sia i loro manoscritti e documenti preparatori che la loro biblioteca personale – possono essere considerati come il “rovescio della medaglia” delle loro opere, nel senso che tali archivi, e il modo in cui sono stati costituiti e conservati, testimoniano una “volontà d’archivio” che, fin da Petrarca, costituisce l’altra dimensione della “volontà d’autore”: con ciò si intende una volontà, da parte degli autori, di affidare agli archivi, per i posteri, un’altra immagine di sé, parallela e speculare a quella offerta dalle loro opere pubblicate.

Il convegno del 2022 e il volume degli atti pubblicato nel 2023 dall’editore Viella, a cura di Paola Italia e Monica Zanardo, indagano le manifestazioni delle diverse “volontà di archivio” all’interno della tradizione letteraria italiana, da Petrarca a Manzoni. Emerge così un nuovo modo di considerare i fondi d’autore, incentrato sull’esame del ruolo che gli archivi hanno svolto nella costruzione dell’immagine che gli scrittori hanno voluto lasciare in eredità ai posteri e nella ricezione della loro opera.

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{class=“content-image-md content-image-left”} Vedi il sito dell’editore

2. Funzioni dell’archivio privato di Pietro Verri
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Ho scritto per questo volume un articolo intitolato «Autobiografia e biografia. Funzioni e usi dell’archivio privato di Pietro Verri» (in Paola Italia e Monica Zanardo (a cura di), Volontà d’archivio. L’autore, le carte, l’opera, Roma, Viella, 2023, pp. 379‑395).

Nel 1763, all’età di trentacinque anni, Pietro Verri archivia la prima fase della sua produzione letteraria in un faldone confezionato con cura. Questa raccolta eterogenea, che contiene un florilegio dei suoi scritti giovanili (teatro, poesia, romanzo, satira), coincide con un momento di svolta nella carriera intellettuale dell’autore che, tralasciando la vena galante e mondana, intende d’ora innanzi scrivere da filosofo e da economista.

Per tutta la vita, Verri conserva diligentemente le sue carte manoscritte, classificandole e dettagliandone il contenuto in note autografe apposte sulle cartelle. Aggiunge in calce ad alcuni fogli commenti di apprezzamento o di critica. “Sciocchezza”, osserva; “Povero Pietro”, annota altrove apostrofandosi; o ancora: “È troppo servile in ogni sua parte, non mi piace”. La pratica dell’archiviazione, volta a delineare un processo di maturazione intellettuale, possiede una dimensione autobiografica, rafforzata dalla presenza fra le carte inedite e postume di lettere e di testi introspettivi di giustificazione morale e politica. Verri si accinge a costruire un’immagine di sé per la famiglia, gli amici e la posterità — un’immagine alla quale manca tuttavia l’unità e la completezza che le avrebbe conferito la redazione di una vera e propria autobiografia.

Il presente saggio esamina l’uso che Pietro Verri fa dei suoi manoscritti, la funzione dei suoi commenti archivistici e lo status dell’opera inedita rispetto a quella pubblicata, prendendo anche come base di confronto altri archivi di scrittori a lui contemporanei, in particolare Cesare Beccaria. Si interroga anche sull’uso che gli studiosi e biografi di Pietro Verri hanno fatto dell’archivio privato dell’autore nel corso dell’Ottocento e del Novecento, tenendo presente l’ammonimento di Carlo Capra, che sottolineò nel 2002 il «pericolo» insito in queste carte: creare un «gioco di specchi» e di falsi sembianti del quale il lettore rischia di rimanere prigioniero.